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Juliette - Capitolo 10
La stanza di Brume era l’ultima in fondo al corridoio del primo piano dell'edificio.
Un buco stretto e lungo che odorava di legno vecchio e qualcosa di metallico, come olio per armi.
Appena entravi, l’impressione era quella di infilarsi in una cella monastica che qualcuno aveva tentato di rendere abitabile senza riuscirci del tutto.
Le pareti erano dipinte di un beige sporco, ingiallite dal tempo.
Una sola finestra piccola, con le persiane quasi sempre accostate, lasciava filtrare lame di luce polverosa che tagliavano l’aria come un rasoio.
Il letto era militare: branda di ferro con una coperta grigio-verde perfettamente tesa, angoli squadrati da legionario, piegata con precisione ossessiva.
Su un muro, ìuna scansia a ripiani con pochi libri e sul ripiano più alto un berretto rosso sbiadito della Légion Étrangère.
Sul comodino, una foto in bianco e nero: Brume a ventisette anni, nel deserto, sguardo duro, il kepi bianco calcato in testa.
Accanto alla foto, un coltello da combattimento Fairbairn-Sykes con la lama ancora lucida, posato come un oggetto sacro.
In fondo alla stanza, nell’angolo tra l’armadio e la parete, c’era il suo altare personale: gli attrezzi per la ginnastica quotidiana.
Una sbarra per trazioni fissata allo stipite della porta del minuscolo bagno, un paio di manubri di ferro anneriti dall’uso, una panca di legno, e una vecchia stuoia verde militare stesa sul pavimento.
I pesi erano allineati con precisione geometrica, come proiettili pronti all’uso. Ogni mattina, alle cinque in punto, si sentiva il rumore ritmico e soffocato: flessioni, trazioni, addominali.
A settant’anni Brume aveva ancora il fisico di un uomo di cinquanta: spalle larghe, braccia venose e tese come corde, petto possente sotto le magliette grigie scolorite.
I muscoli non erano gonfi da palestra, ma secchi, duri, da chi li ha costruiti portando zaini da quaranta chili sotto il sole africano.
L’odore nella stanza era: metallo, un vago sentore di dopobarba dozzinale alla lavanda e, sottotraccia, qualcosa di più acre, quasi animale, che restava nell'aria anche quando lui non c’era.
Sul muro sopra la panca per i pesi era appeso un piccolo crocifisso di legno accanto a una foto ingiallita di un plotone nel Ciad, tutti con gli occhi vuoti di chi ha visto troppo.
Sotto la foto, con una calligrafia rigida, aveva scritto a penna: “Brume” - Septembre 1970.
La stanza dava impressione d'essere più ordinata di quanto dovrebbe la camera di un vecchio, un ordine militare.
Come se ogni ogni cosa fosse minimale e provvisoria, prontaa essere abbandonato in dieci secondi, o usata come arma.
E nella penombra della stanza, sembrava che la nebbia del suo soprannome si fosse posata sulle pareti stesse.
Quella mattina, sul tavolino apparecchiato per la colazione, tra le fette di pane tostato, il burro e le marmellate, Marcel trovò una copia fresca di Nord Littoral appoggiata accanto al tovagliolo.
Quando René gli versò il caffè fumante, lo ringraziò con un cenno del capo.
- Ho visto che l’altro giorno ne aveva comprata una copia rifacendo la camera - disse l’anziano inserviente. - Così ho pensato di fargliela trovare ogni mattina. D’ora in poi sarà sempre qui, con la colazione.
- Grazie, René. È davvero gentile e premuroso.
- Mio dovere, monsieur. - rispose l’uomo con un piccolo inchino deferente.
Marcel sorbì il suo caffè corretto con la cicoria e aprì il giornale.
La prima pagina lo colpì come uno schiaffo.
La foto mostrava un furgone Citroën ridotto a un relitto carbonizzato e contorto, davanti alla sagoma inquietante della vecchia villa abbandonata che aveva scoperto giorni prima sulla collina.
Il titolo, in grossi caratteri cubitali, gridava: “Incidente drammatico nella notte: uomo muore carbonizzato nell’esplosione di carburante.”
Con il cuore che accelerava, lesse avidamente l’articolo.
“Ieri notte, intorno alle ventidue, mentre una violenta perturbazione si abbatteva sulla costa, diversi abitanti della zona collinare di Escalles-sur-Dunes sono stati svegliati da una deflagrazione terrificante, accompagnata da un bagliore accecante. Alte fiamme si sono levate subito dopo, alimentando una densa colonna di fumo nero che la pioggia battente faticava a domare.
Sul posto sono intervenuti i sapeurs-pompiers del Corps départemental du Pas-de-Calais. Data la presenza di una vittima, è arrivata poco dopo anche la Gendarmerie locale. La vittima è stata identificata in Jules Garnier, sessantenne pescatore di Escalles-sur-Dunes.
Restano ancora molti interrogativi sulla dinamica della tragedia: non è chiaro cosa ci facesse Garnier a quell’ora vicino alla villa abbandonata, né perché nel suo furgone fosse presente una grande quantità di liquidi infiammabili.
Le autorità stanno indagando. Torneremo sull’accaduto nelle prossime edizioni.”
Anche Brume quella mattina aveva letto la notizia.
Quell’idiota di Jules Garnier era morto male e se l’era cercata.
Gli era sempre piaciuto giocare col fuoco, anche al tempo in cui si battevano contro quei porci di crucchi nazisti.
Allora il suo nome di battaglia era “Le Corbeau” ed era uno dei partigiani più in gamba del nostro gruppo di Maquis.
Facevamo parte delle Forces Françaises de l’Intérieur, la FFI, e siamo stati noi a catturare quel Hermann Meyer e la sua puttana francese.
Facevano una bella coppia: lui un giovane colonnello trentenne, sadico, che nel nazismo aveva trovato una ragione per la propria perversione; lei, una ex modella di Chanel bella come una diva e nazista come la sua padrona.
Coco Chanel, durante la Seconda Guerra Mondiale, viveva nel lussuoso Hôtel Ritz di Parigi, allora quartier generale dei tedeschi.
Aveva una relazione con un ufficiale dell’intelligence nazista e collaborava con il regime: era registrata come spia.
Juliette Lefebvre la imitava in tutto, anche nel farsi amante di un colonnello della Gestapo: uno SS-Standartenführer biondo ariano con occhi chiari di serpe, altero e crudele, con un’anima nera come un pozzo senza fondo.
Aveva offerto la sua villa come quartier generale alla Gestapo: una trentina di quei crucchi vestiti di nero come corvi, che spargevano il terrore sulla costa.
In quella villa sono accadute cose sanguinose: percosse, torture a uomini e donne. Avevano trasformato le scuderie in celle e camere di tortura per gli interrogatori.
Quasi nessuno che sia passato di lì ha più rivisto le proprie famiglie.
Jules aveva da sempre la fissazione di dar fuoco alla villa.
Era convinto che bruciando la casa maledetta di Juliette, lei non avrebbe più avuto un luogo terreno a cui legarsi e la sua anima dannata avrebbe finalmente bruciato in pace all’inferno.
Gli avevamo detto di lasciar perdere, quella era una cazzata nella quale credeva solo lui.
Lei avrebbe continuato ad ammazzarci con o senza villa.
Chissà che diavolo aveva combinato lassù Le Corbeau. Pace all’anima sua.
Magari era stata proprio lei a farlo cuocere come un «poulet rôti» senza aromi.
Da quando era arrivato quel finocchio di scrittore parigino, le cose stavano girando male.
Il segreto era durato oltre quarant’anni, ora lui aveva iniziato a ficcare il naso dove non doveva. Stava diventando pericoloso.
Aveva dovuto eliminare quell’idiota di Adrien Martin, che si era messo in testa di passare le carte lasciategli da suo fratello, anche lui del nostro gruppo: per noi era l’Ombre, prima di suicidarsi per il rimorso e il terrore di Juliette.
Ora si era messo di mezzo anche quel coglione del suo assistente, un altro con la lingua lunga, un nuovo grattacapo da risolvere in fretta.
Non poteva permettere che il segreto venisse alla luce.
Prima che accadesse era disposto a far fuori anche lo scrittore.
(Continua)